Tema/i | migrazioni / antirazzismo / NoBorder | repressione : Intimidazioni e resistenze
  07-10-2016 13:04
Autore : Alcune e alcuni solidali
 
 
  Dalla metà di Luglio, a seguito della chiusura da parte del governo Svizzero della frontiera di Chiasso, centinaia di migranti sono rimasti bloccati alla stazione di Como San Giovanni. Subito è arrivata una forte risposta solidale da parte di numerosi singoli e associazioni della zona, che sono riuscite in maniera efficace a sopperire ai bisogni primari dei migranti. Successivamente è arrivata la risposta del Governo italiano a questa situazione di emergenza, tramite la decisione di creare un campo dove posizionare dei container in cui, secondo le previsioni, dalla metà di Settembre si dovranno spostare le persone ancora rimaste al di qua del confine svizzero. La gestione del campo è stata quindi affidata a CRI e Caritas, escludendo così di fatto tutte le altre associazioni e singoli fino ad allora coinvolti. In vista di questo passaggio sono state gradualmente ostacolate tutte le altre forme di solidarietà, sostituendo così il contributo più spontaneo.  
     
  Questo tipo di dinamica rientra nella logica basata sul controllo, che non tiene in nessuna considerazione le reali esigenze e prospettive delle persone coinvolte, trattate a guisa di cose da ammassare e spostare a seconda della bisogna, e che trova la sua soluzione nella creazione di campi chiusi ai margini della città, che isolano i migranti dal territorio e rendono tra l’altro più difficile il raggiungimento del loro obiettivo: passare la frontiera.

A fronte di tutto questo processo deciso ed intrapreso dal Governo, c’è stato comunque chi ha tentato di percorrere una strada differente, tentando invece di aprire un dialogo diretto coi migranti attraverso la creazione di una assemblea. Questa è stata lo strumento per la costruzione, attraverso un confronto orizzontale, di un rapporto di fiducia reciproca, che ha permesso di comprendere e affrontare insieme le esigenze dei migranti, che tra l’altro in larga parte hanno espresso la propria contrarietà allo spostamento nel campo istituzionale.

Il primo passo che è stato intrapreso per uscire da una logica puramente assistenziale, che infantilizza e vede i migranti come soggetti puramente inerti e passivi, è stato quello di sperimentare un momento di condivisione, cucinando al campo. Si è dato quindi vita ad un processo graduale col fine di sopperire in modo condiviso ad almeno uno dei bisogni primari delle persone ferme al campo di Como san Giovanni, che ha però prodotto una reazione aggressiva e scomposta da parte delle forze dell’ordine. Nel momento in cui si è riusciti effettivamente ad organizzare una cucina nel campo, la polizia ha impedito, sotto la minaccia di intervenire con la forza con decine di agenti in assetto anti-sommossa, non solo di cucinare, ma anche di distribuire i pranzi cucinati, sostenendo a più riprese il monopolio di Caritas.

I migranti, a seguito delle intimidazioni della Polizia avvenute il 3 Settembre, hanno deciso di rifiutare il cibo proveniente da fonti esterne al campo.

Il 4 Settembre alcuni e alcune solidali, rispettando e sostenendo la decisione dell’assemblea, hanno tentato quindi di portare del cibo cucinato fuori del campo, a seguito dello smantellamento della cucina imposto dalla Polizia. Le forze dell’ordine hanno però tentato di impedire la distribuzione del cibo, provando a fermare i solidali e tentando di afferrare la pentola del cibo. Al grido di “go away” migranti e solidali uniti hanno però resistito all’ennesima provocazione, difendendo tutti assieme il cibo e il diritto a cucinarsi da se i propri pasti.

Alcuni solidali sono stati in seguito identificati, per la probabile consegna di denunce e misure di polizia, che avranno lo scopo di allontanarli da Como, nel tentativo di impedire la solidarietà attiva. Altri invece sono riusciti ad evitare l’identificazione grazie al sostegno dei migranti, che si sono frapposti tra loro e la polizia.

Riteniamo fondamentale proseguire nel percorso fino a qui costruito, rivendicando il diritto all’autodeterminazione in ogni sua forma e la validità della scelta di intraprendere una strada che, tramite il confronto orizzontale, non infantilizzi né consideri i migranti alla stregua di oggetti da stipare, catalogare, controllare, smistare, usare e talvolta rispedire al mittente. Proseguiremo consapevoli del fatto che il problema sono i confini, e non le persone che tentano di attraversarli.
 
     
   
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